Dopo 100 giorni, si torna a casa

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Scrivo dall’aeroporto di Madrid, mentre aspetto che il derby madrileno finisca e che possiamo andare a cercare un angolino tranquillo per riposare qualche ora prima del volo per Bergamo.
Mentre tutto l’aeroporto guarda il derby, mi trovo a ripensare a questi giorni, a questi mesi, a guardare le foto e i selli… Sembra ieri che siamo andati a Sant’Ambrogio a far mettere il primo sello sulla mia credenziale. Sembra ieri, eppure sembra passata una vita intera e a guardare quel sello mi commuovo un po’. Ogni timbro, in realtà, mi commuove un po’: il coniglietto della mia più giovane hospitalera a Borgo Ticino, quando tutto sembrava ancora quasi uno scherzo. La N della famiglia Negri-Grossi, il pollice di Barbara. Tutti coloro che hanno condiviso tanti o pochi passi con me, in Italia, in Francia, in Spagna. Gli zii che mi raggiungono in un paese così piccolo che non so come lo hanno trovato. Le lacrime quando ho salutato Alessandro che partiva da Susa. La felicità di rivedere i miei genitori a Peyruis. Roberto che conosce il peso di ogni oggetto che c’è nel suo zaino e mi ha insegnato i misteri della polvere magica. Le tante famiglie che mi hanno accolta in Francia, Jean-Louis, l’hospitalero più indaffarato di Lourdes. L’incontro provvidenziale con tre Americani dei quali non sapevo di aver bisogno per essere felice…e poi Roch e Mark, che hanno completato la nostra “famiglia in Cammino”. Le tante albe meravigliose e i pochi tramonti mozzafiato. I due giorni con la famiglia Tassaux e la festa più bella di tutti i Pirenei con la soppressata che sembrava davvero calabrese. Il falò a Finisterre, con i miei slip che bruciano e portano in cielo tre mesi di sudore, di problemi che si risolvevano da soli, di polvere, di passi, di voglia di arrivare, di determinazione, di emozioni… Mi vengono in mente i paesaggi, i villaggi e le città, attraversati passo dopo passo: i canali e le risaie della pianura padana, i monti cupi della Val di Susa, le Alpi maestose e infinite, Arles, la Camargue, il mare mio vecchio amico, i platani innumerevoli del Canal du Midi, Carcassonne e la sua cittadella, i campi di grano e le vigne nel Paese Cataro, i Pirenei scuri e lussureggianti, presenza costante; la rarità dei bar e dei supermercati, Lourdes, Hôpital Saint-Blaise, la festa di Mauléon con gli amici Scout, Saint-Jean-Pied-de-Port, l’attraversamento maestoso dei Pirenei; Pamplona e l’attesa alla autostazione, l’Alto del Perdono e il ponte, l’arrivederci di Madeleine, la Rioja e verde e gialla, i Montes de Oca, Burgos, le Mesetas metafisiche, la fatica di arrivare a León, il Parámo, il Bierzo e altre vigne, O Cebreiro, i pullman, la pioggia e la Galizia. La Galizia che ci ha accompagnati fino all’oceano con i suoi campi di mais, gli eucalipti, le mucche e i loro doni profumati. Santiago, con la cattedrale cuore pulsante che mi fa scordare tutto se non perché sono lì e perché ho ancora un groppo in gola. E poi l’Oceano. E non c’è altro da aggiungere!
Ripenso a tutto questo e mi viene dal cuore un grande grazie. Chi me l’ha chiesto, sa che sono partita per ringraziare delle cose meravigliose che sono accadute nella mia vita negli ultimi 6 anni, per l’incredibile felicità che mi è stata accordata. Ora mi trovo a dire un grazie ancora più grande. In primo luogo a mio marito, che non mi ha mai detto no, alla mia famiglia che mi ha sempre sostenuta ad ogni passo, da vicino e da lontano. A tutti gli amici che hanno seguito i miei passi su questo blog, su Facebook e su Twitter: ogni vostra parola è stata come un abbraccio nei momenti di solitudine. A Stefano e Roberto che hanno condiviso con me l’attraversamento della Francia, sopportando il mio carattere e insegnandomi la virtù della pazienza. Un grande grazie a chi ha reso fattibile questo viaggio: i miei piedi, che hanno sopportato 16 vesciche in 2400km e non si sono mai lamentati troppo, le mie gambe, che andavano anche quando la testa era altrove e negli ultimi giorni verso l’oceano seguivano Alessandro anche se volevano starsene a Santiago a bere tinto de verano e queimada, alle mie spalle, che ogni giorno hanno portato lo zaino perfino quando lo zaino non voleva essere portato. Alle mie braccia che hanno sempre lavorato di bastoncini, per 93 giorni, e che meritano il mio rispetto. Ora so che è possibile attraversare a piedi tre paesi con solo due paia di scarpe, due zaini, 4 paia di calzini, 3 magliette e un paio di calzoncini; so che la semplicità diventa comoda, quando non la si rifiuta come una privazione, ma la si accetta come una condizione ideale per affrontare bene un’avventura. So che la mia vita diventa più leggera, se me la prendo sulle spalle e spartisco il suo peso con El de Arriba e con chi mi ama…e che, in fondo, non c’è da aver paura: una soluzione si trova sempre e talvolta posso essere io la soluzione per qualcun altro.
Grazie a Chrissa, che mi ha insegnato nuovi confini della parola “determinazione”, a Jocelyne che mi ha mostrato dove può arrivare la fantasia, a Zac che mi ha ricordato che ogni sfida è “90% mental”, nel senso che forse sono un po’ matta pure io. A Mark che ci ha aspettato e voluto bene, che si è cercato e si è trovato; a Rochana che sa ascoltarsi e ascoltare gli altri allo stesso tempo. Ad Anna, la nostra ultima “adozione”, che ha avuto il coraggio ineguagliabile di condividere la verità della vita, fidandosi di un gruppo di sconosciuti psicotici che partivano all’alba solo per poter fare due o tre colazioni da 45 minuti l’una. A Luca e Cinzia, che hanno sempre saputo condividere loro stessi, a Brian e Julie, a Salvatore e Raffaella, alla loro amica Cinzia, a Pablo e alle sue foto, a Mark, Nate e Karen, alle ragazze slovacche e alle signore polacche, al grande uomo ungherese, al nostro left side friend, a tutti gli amici Coreani perché semplicemente esistono e sono strepitosi, anche quando è impossibile comunicare con loro. Ai pellegrini che abbiamo incrociato solo per un minuto e a tutti quelli con cui abbiamo camminato a lungo…l’elenco è troppo lungo!
Un grande grazie a chi mi ha accolta e voluto bene, lungo il Cammino, in casa sua, in un abbraccio pellegrino o solo virtualmente. E infine, il grazie più grande va a chi è la fonte di ogni ispirazione per un viaggio verso ovest come il mio: San Giacomo con il suo sorriso enigmatico, che chiama e aspetta i pellegrini, il suo Amico Gesù, che ci mette alla prova e ci accoglie alla meta… Grazie per ciò che è accaduto prima, grazie per questo Cammino meraviglioso, per i luoghi e le persone, statemi accanto per il futuro…
E quanto a noi… Arrivederci a Santiago! Ultreïa et Suseïa!

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